Pico della Mirandola, libri di alchimia

Pico della Mirandola nei suoi libri di alchimia fece uno sforzo disumano per aprire ai volonterosi i misteri qabbalistici che gli ebrei tenevano custoditi come preziosi segreti, per poi adattarli al mondo cristiano.

Giovan Battista Della Porta ha inciso nel legno il viso di Pico e di lui ha scritto “Dotato di una memoria eccezionale, era incomparabilmente fecondo nel parlare e nello scrivere, e fu filosofo, matematico e versatissimo nei misteri della teologia”.

Malgrado l’apprezzamento degli intellettuali del suo tempo, ebbe gravi problemi con la chiesa e con il papa Innocenzo III, che erano quegli anni impegnati a reprimere le eresie. Aveva ventiquattro anni quando ando’ a Roma ed affisse in pubblico le sue novecento tesi dove esponeva tutta la sua dottrina e le sue teorie.

Pico affermava che la Cabala era valida, che era possibile prevedere il futuro con i metodi degli oracoli della Grecia e della Roma antiche, che i sogni avevano un significato ed era possibile interpretarli, erano tesi ispirate al neoplatonismo allora risorgente, contro l’aristotelismo imperante. Papa Innocenzo III nomino’ una commissione, composta sopratutto da frati domenicani studiosi e dotti, per decidere se le tesi potevano essere accettate o se non fossero invece eretiche ed ispirate da Satana.

La commissione del papa condanno’ tredici tesi come eretiche, le altre furono considerate false o comunque erronee. Pico della Mirandola non si rassegno’ e nel 1487 impugno la condanna della commissione, difese le proprie tesi ma si spinse oltre accusando di eresia i membri della commissione, dichiarando per di piu’ che essi non conoscevano neppure il latino.
Il papa emise una bolla di interdetto, come reazione all’impugnazione, e Pico fuggi’ in Francia.

Ma la longa mano della chiesa arrivo’ anche in quel paese e Pico fu preso ed imprigionato nel castello di Vincennes. Fu liberato per interessamento di Lorenzo il Magnifico, al quale il papa non poteva negare un favore, e Pico fu portato a Roma, dove pero’ continuo’ l’ostilita’ di Innocenzo III per cui Pico non fu effettivamente libero. Solo quando sali’ al soglio papale Alessandro VI, il papa Borgia gli venne concesso il perdono papale e liberato dalla sorveglianza soffocante dell’Inquisizione. Ne usufrui’ per poco tempo. Era tornato a Firenze e vi mori’ solo un anno dopo nel 1494 a soli trentaquattro anni.

Oltre all’ Apologia,scritta in propria difese, rimangono di lui dei mediocri Sonetti scritti in latino ed il volgare; il suo genio’ si rivela invece negli scritti filosofici: Oratio de hominis dignitate(1486), Heptaplus (1489), un commento alla Genesi in chiave allegorica, De ente et uno 91492) Disputationes adversus astrologiam divinatricem (1494). Il tema centrale dei suoi scritti e’ l’esaltazione dell’uomo, della sua capacita’ e liberta’ di partecipare sia della natura inferiore,animale, che di quella superiore, divina, uomo che e’ un microcosmo che rispecchia l’infinita’ e complessita’ del macrocosmo.

Pico’ porto’ nel suo tempo un ardore mistico-culturale e dei fermenti di inquietudine che anticipavano gli sviluppi del pensiero filosofico che si svilupperanno nel cinquecento

Il conte di Mirandola, presenza fissa della cerchia di Lorenzo Medici a Firenze insieme all’altro grande amico e poeta Agnolo Poliziano, non fa attendere la propria risposta giocata sul filo di ironia e cultura al massimo livello: dopo i complimenti e le dichiarazioni di stima iniziali, Pico mette in bocca ad un immaginario “filosofo barbaro” le difese delle proprie “barbare posizioni” presso l’altro Barbaro, quello di nome e non certo di fatto: in sostanza, si chiede il nostro, se la filosofia ha come unico scopo la ricerca della verità, di quali ornamenti abbisogna? Certo, lo stile di alcuni filosofi non sarà pulito ed elegante come quello degli antichi, ma è forse meglio avere un’eloquenza vuota benché ornata?

Pico, convinto di avere una missione civilizzatrice da svolgere, fece uno sforzo disumano per aprire ai volonterosi i misteri qabbalistici che gli ebrei tenevano custoditi come preziosi segreti, per poi adattarli al mondo cristiano.

Obiettivo solo in parte riuscito, per gli ostacoli connaturati ad esso come l’ignoranza generale della difficile lingua ebraica, da Pico medesimo appresa a malapena, e anche per l’ostilità di papa Innocenzo VIII dalla quale il conte dovette difendersi con le unghie e con i denti.

Ai ferraresi interesserà il ruolo della capitale estense, dove Pico era di casa, nella sua vita e nell’opera.

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